Neonato di sei settimane ucciso dalla babysitter: “Sento il bisogno di far male ai bambini”, confessione shock e condanna
Un neonato di appena sei settimane è morto dopo essere stato aggredito nella casa dei genitori. Per la morte del piccolo è stata condannata Nicole Virzì, 32 anni, una donna di cui la famiglia si fidava e alla quale era stato affidato il bambino. La vicenda riguarda un episodio avvenuto nel giugno di due anni fa ma ricostruito soltanto oggi nel corso delle udienze giudiziarie. Secondo quanto emerso, la donna avrebbe scosso il neonato, lo avrebbe fatto cadere e infine scaraventato a testa in giù sul pavimento del bagno, provocandogli lesioni gravissime.
Il bambino è stato trasportato d’urgenza in ospedale dopo una chiamata ai servizi di emergenza. Nonostante l’intervento dei sanitari, è morto la mattina seguente a causa di multiple fratture al cranio. Le indagini hanno successivamente portato alla confessione della trentaduenne.
La donna, che studiava per conseguire un dottorato in psicologia clinica, ha ammesso le proprie responsabilità davanti agli investigatori. Stando alla ricostruzione pubblicata dalla rivista People, avrebbe anche riconosciuto di aver ferito il fratello gemello della vittima, sopravvissuto all’aggressione.
La condanna prevede una pena compresa tra 35 e 80 anni di carcere. La donna avrebbe scelto di patteggiare per evitare ai genitori del piccolo un processo pubblico e scongiurare la possibilità della pena di morte.
La sera dell’aggressione e la telefonata alla polizia
I fatti si sono verificati a Pittsburgh, negli Stati Uniti, mentre Virzì si trovava in visita a Pittsburgh presso una coppia di amici, genitori di due gemelli. In precedenza, i genitori si erano recati in ospedale con uno dei bambini per far controllare alcuni lividi che, secondo quanto emerso successivamente, sarebbero stati provocati dalla stessa donna.
Dopo la partenza della coppia, Virzì avrebbe insistito per rimanere nell’abitazione ad accudire l’altro neonato. Alle 23:17 ha contattato il numero di emergenza 911, riferendo che il piccolo aveva difficoltà respiratorie e presentava un bernoccolo sulla testa. Le condizioni del bambino hanno reso necessario il trasferimento immediato in ospedale.
La confessione e le dichiarazioni agli investigatori
Durante gli interrogatori, la trentaduenne avrebbe raccontato di convivere da anni con impulsi violenti nei confronti dei bambini. Le sue dichiarazioni sono state riportate negli atti ricostruiti durante il procedimento. La donna avrebbe spiegato di aver perso il controllo e di non essere riuscita a fermarsi. Tra gli elementi riferiti agli investigatori sarebbe emerso anche un risentimento nei confronti dei genitori dei piccoli. Virzì avrebbe detto di aver accumulato rabbia perché si sentiva trattata come una semplice babysitter. La difesa ha tentato di contestare l’utilizzabilità della confessione, sostenendo che fosse stata ottenuta dopo ore di custodia, ma la giudice ha stabilito che le dichiarazioni erano state rese in modo consapevole e volontario. La ricostruzione giudiziaria ha quindi preso in esame sia le violenze subite dal neonato morto sia quelle che avrebbero coinvolto il fratello gemello. Il quadro emerso ha contribuito alla definizione del procedimento e alla condanna della donna.
Durante il processo, la madre del piccolo ha ricordato il figlio e ha contestato l’idea che la violenza fosse riconducibile soltanto a impulsi incontrollabili. Ha raccontato che, poco prima della tragedia, il bambino si era addormentato in braccio alla donna, un ricordo che ha reso ancora più difficile comprendere quanto accaduto. La madre ha inoltre ricordato di aver stretto a sé il figlio moribondo, ripetendogli parole d’amore. Ha spiegato che ogni nuova tappa della crescita del gemello sopravvissuto resta legata al dolore per la perdita del fratello. Anche il nonno ha reso omaggio al piccolo, raccontando quanto gli sia mancata la possibilità di conoscerlo e vederlo sorridere. Virzì ha scelto di non intervenire personalmente durante l’udienza. La difesa ha spiegato che la donna aveva deciso di rimanere in silenzio per rispetto dei genitori, riconoscendo che nessuna dichiarazione avrebbe potuto cancellare le conseguenze delle sue azioni. La vicenda, ricostruita anche dal magazine People, si è conclusa con una condanna che può arrivare a 80 anni di carcere. Al centro del caso restano la morte del neonato, le ferite riportate dal gemello e le dichiarazioni rese dalla donna nel corso delle indagini.
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