Crisi Medio Oriente, fra Libano e Iran è una tregua “fragile”: con gli Usa accordo sempre in bilico, l’analisi
Non sono stati i tradizionali canali diplomatici a scuotere la scena internazionale, ma una mossa strategica proveniente direttamente dal Golfo Persico. La riapertura dello Stretto di Hormuz, accompagnata da una tregua di dieci giorni in Libano, ha immediatamente attirato l’attenzione di analisti e mercati. Dietro questa apparente distensione si cela una regia politica ben precisa. Gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, hanno imposto una de-escalation che ha prodotto effetti immediati, ma che lascia emergere interrogativi profondi sulla stabilità futura della regione.
La risposta dei mercati è stata rapida: il prezzo del petrolio ha registrato un calo significativo, alleggerendo la pressione sul commercio globale di gas naturale liquefatto e sulle economie occidentali, messe a dura prova nelle settimane precedenti.
Teheran, attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha confermato che il passaggio nello Stretto resterà aperto per tutta la durata del cessate il fuoco, alimentando una momentanea fiducia nei circuiti economici internazionali.
Nonostante l’ottimismo dichiarato da Washington, la distanza tra le parti resta evidente. Gli Stati Uniti parlano apertamente di un possibile accordo sul nucleare in tempi rapidissimi, mentre l’Iran respinge con fermezza le richieste ritenute eccessive.
Il portavoce Esmaeil Baqaei ha definito “inaccettabile” l’ipotesi di trasferire all’estero le scorte di uranio arricchito. Secondo le ultime rilevazioni dell’AIEA, il livello raggiunto dall’Iran rappresenta un punto critico che richiede controlli rigorosi e un ritorno immediato degli ispettori internazionali.
Libano e Israele: tregua o resa strategica?
Sul fronte libanese, la tregua ha avuto un impatto politico dirompente soprattutto in Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, inizialmente orientato a proseguire l’offensiva, si è trovato costretto ad accettare lo stop imposto dagli Stati Uniti. Le critiche interne non si sono fatte attendere: l’opposizione, guidata da Yair Lapid, accusa il governo di aver ceduto alle pressioni internazionali senza ottenere garanzie concrete sulla sicurezza del nord del Paese, mentre il Libano, devastato dal conflitto, cerca di resistere tra distruzione e sfollamenti di massa.
Le autorità libanesi hanno assunto formalmente il controllo della sicurezza nel sud, ma la presenza di Hezbollah continua a rappresentare una variabile imprevedibile, capace di mettere a rischio qualsiasi equilibrio raggiunto. In questo scenario complesso, la tregua appare più come una pausa strategica che una soluzione definitiva: una sospensione utile a respirare, ma lontana dal rappresentare una vera pace duratura.
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